Cenerentola 2.0

Come tutte le mattine, Ada stava prendendo il treno per andare a lavoro. Come tutte le mattine, da tre anni a questa parte, il treno era pieno di umanità stressata, pigiata nelle carrozze del treno, infreddolita, raffreddata. Ada, nel salire, cercava di farsi spazio tra gli altri passeggeri, stipati all’inverosimile.

– Tutto questo per una fermata –  tuonava una donna – e, in fondo, meno male. Si immagina se fosse così per un viaggio lungo ore? Non si respirerebbe più! – La strana donna si rivolgeva a lei. Ada non capiva se quella donna fosse già ubriaca di prima mattina o se quel dondolare sconnesso facesse parte del suo portamento normale: aveva lunghi capelli biondi, mossi, con onde naturali di un caldo color oro; i suoi occhi erano chiari, tanto belli quanto distanti nei rapidi sguardi che si rivolgevano intorno. La donna, a un certo punto, come risvegliatasi dal letargo, fece una sorta di scatto e decise di dirigersi all’interno della carrozza, per cercarsi un posto a sedere. Anche Ada pensò che si trattasse di una buona idea: non ne poteva veramente più di stare pressata tra le persone, di sopportare l’acre odore di scarpe da ginnastica adolescenziali misto a fumo, caffè e tante altre meravigliose fragranze umane che solo il pendolarismo offre l’opportunità di assaporare. Si apprestò verso i sedili, in cerca di un posto vuoto: lo trovò, anche abbastanza vicino alla strana donna. Ada continuava a osservarla, curandosi di non essere vista, per non passare da stalker. Ma la donna si accorse della sua curiosità: sembrava, però, non curarsene più di tanto, come se si rendesse conto che la sua effettiva stranezza potesse destare qualche interesse. Si trovava, infatti, letteralmente sommersa di bagagli: da dove li aveva tirati fuori? Quando erano salite sul treno, Ada non si era proprio accorta della mole di borse che si portava appresso, tutto firmato, per giunta: proprio lei, che tutto sembrava tranne che una di quelle riccone snob da cagnetto nella pochette. Anzi, la sua mise era molto dimessa: portava un enorme maglione di qualche taglia più grande della sua, grigio mélange, da cui spuntavano, sotto, almeno altre cinque o sei maglie, anche queste rigorosamente XXL. Aveva un paio di jeans chiari, anche questi più grandi di lei, sotto i quali sembrava indossarne altri (ma si poteva tranquillamente essere indecisi se si trattasse del pigiama o di una tuta da ginnastica et similia). Ai piedi, un paio di Converse nere, ormai totalmente consumate e bucate lateralmente. Vista così pareva un misto tra un’adolescente svogliata e una signora di mezza età che ha perso le chiavi del suo guardaroba e ha dovuto accontentarsi dei vestiti vecchi della figlia, ormai manager trentenne in carriera, trasferitasi in una città lontana. Ma, dalla quantità di valigie che si ritrovava intorno, questa ipotesi pareva alquanto improbabile: di vestiti suoi, la donna, eccome se ne aveva. Ada cominciò a immaginarsela, allora, a una cena di gala, con un lungo vestito da sera rosso: festa a bordo piscina, commensali di alto rango, champagne a fiumi. E lei, lì, in mezzo a tutta quella gente elegante, perfettamente a suo agio nel lusso di quella serata scintillante, accompagnata da un uomo affascinante che le bacia la mano offrendole un vol-au-vent con crema al caviale.

Il treno era arrivato alla loro fermata: Ada si risvegliò dal suo torpore fantasticante e si guardò intorno. La donna era scomparsa e con lei tutti i suoi bagagli. Ada notò, però, qualcosa di colore acceso sotto il sedile su cui prima quella tipa sedeva: il piede destro di un decolleté rosa shocking (con tacco dodici, sia chiaro). Prese la scarpa e si precipitò fuori alla ricerca della donna, ma non la trovò: la stazione pullulava di gente affrettata, ma di lei non c’era più nessuna traccia.

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